Le letture di Francesca

Il racconto dell’Ancella

Titolo: Il racconto dell’ancella

Autore: Margaret Atwood

Editore: Ponte alle Grazie

Collana: Scrittori

Pubblicazione: giugno 2019

Edizione: prima edizione

Traduzione: Camillo Pennati

«Ciò che mi ci vuole è la prospettiva, l’illusione di profondità, creata da una cornice, una sapiente disposizione di forme sopra una superficie piatta. La prospettiva è necessaria. Altrimenti ci sono solo due dimensioni. Altrimenti vivi con la faccia pigiata contro una parete, un enorme piano di dettagli come quando in una fotografia vedi la trama di una stoffa, le molecole di un viso. La tua stessa pelle come un diagramma di futilità, una mappa attraversata da stradine che non portano da nessuna parte. Altrimenti vivi nel presente. Che non è dove voglio trovarmi.».

Di solito non amo i distopici, ma questo mi è piaciuto molto, nonostante la difficoltà di andare avanti nella lettura nella prima parte, dove mi si chiudevano gli occhi. Sono molto contenta di non aver abbandonato, ma di aver insistito.

Nell’era in cui viviamo, questo tipo di romanzo, non può essere che istruttivo.

Gli Stati Uniti sono diventati uno stato totalitario e le donne perdono qualsiasi facoltà di scelta sulle loro vite. Sono divise in categorie, la maggior parte di loro non può più avere figli. Quelle che sono ancora fertili sono le Ancelle, vestite di rosso e che passano di famiglia in famiglia con la stessa utilità dei forni. Alla stregua di bambole gonfiabili vanno a letto con il capo famiglia mentre la moglie guarda e, quando rimangono incinte, inizia un gioco di ruolo macabro e rivoltante tra loro e le mogli effettive.

Viene narrato il tutto da punto di vista di Difred, un’ancella che forse riuscirà a scappare. O forse no. Non si sa. Non è facile scappare da quel regime.

Nonostante il romanzo non sia altro che una sorta di parodia e satira di un regime che ha sempre fatto paura, va anche a colpire il cuore di una società che a volte è fintamente puritana, i tabù istituzionali e l’intreccio tra la sessualità e i rapporti di potere.

La Atwood racconta talmente bene il mondo che ha immaginato che non puoi fare altro che provare disgusto quando lei te lo vuole far provare, ma anche pena, compassione, speranza e disillusione.

È un romanzo di una potenza incredibile che vuole scongiurare un futuro improbabile, ma non impossibile.

Nella speranza che tutto questo rimanga solo un impasto ben riuscito di fantasia e storia, il mio voto è cinque.

Voto: 5/5

Disclaimer: a causa di una distanza geografica proibitiva tra le due editor la foto del post ritrae solo la foto di copertina del libro preso in oggetto. Il libro è stato letto in versione cartacea, ma fotografato su supporto digitale.

Le letture di Francesca

Un dolore così dolce

Titolo: Un dolore così dolce

Autore: David Nicholls

Editore: Neri Pozza

Collana: Bloom

Pubblicazione: settembre 2019

Edizione: prima edizione

Traduzione: Massimo Ortelio

«Tutti i ragazzi che avevo intorno stavano definendo la loro personalità, che a quell’età è un po’ come cambiare il modo di vestire e il taglio dei capelli. Eravamo ancora elastici e malleabili, avevamo tempo di sperimentare una nuova calligrafia, una nuova risata, la nostra stessa andatura, prima di irrigidirci e assumere una forma definitiva. Gli ultimi cinque anni erano stati un’incessante e caotica sperimentazione, che ci aveva visto prendere e scartare abiti e abitudini, amicizie e opinioni, un processo pauroso e divertente per noi, ma assurdo e logorante per genitori e insegnanti vittime di quelle svolte improvvise, eppure chiamati a mettere ordine nel nostro caos.».

Ho amato alla follia One day, ad oggi è ancora nella mia Top Ten di libri preferiti. Ho iniziato a leggere questo libro con curiosità, ma con poche aspettative. Non perché non mi convincesse, ma perché avevo amato talmente tanto il precedete, che non mi andava di restare delusa.

Credo di aver affrontato la lettura con il giusto spirito.

Un dolore così dolce è struggente, ma non tanto quanto One day.

È un romanzo di crescita, racconta di una famiglia e del suo sviluppo nel corso degli anni, non abbiamo un protagonista unico anche se a volte uno spicca più di altri. È un racconto corale, fatto di più storie e più persone.

Il tema della crescita non è nuovo per Nicholls, chi ha letto il precedente sa benissimo che è un tema ricorrente; i personaggi vengono vissuti in un arco di temporale più ampio rispetto a quello dei classici romanzi che leggiamo in giro.

Non posso dire che abbia qualcosa di particolare, non posso dire che non mi sia piaciuto, ma posso dire che mi ha emozionato a tratti. Soprattutto quando l’autore parla del primo amore. C’è sempre, di base, quel po’ di malinconia che non guasta mai e che ti culla nella lettura facendoti rivivere anche il tuo primo amore.

Ci sono anche delle cose assurde, delle “americanate” che a volte non fanno altro che rovinare l’atmosfera per qualche secondo, ma che comunque fanno sorridere.

Credo che il mio voto sia un tre per questo romanzo. Lo consiglio perché è da leggere se piace il genere e l’autore, ma – ma chi come me ha amato One day – partite con aspettative al minimo

Voto: 4/5

Disclaimer: a causa di una distanza geografica proibitiva tra le due editor la foto del post ritrae solo la foto di copertina del libro preso in oggetto. Il libro è stato letto in versione cartacea, ma fotografato su supporto digitale.

Le letture di Francesca

Il Rilegatore

Titolo: Il Rilegatore

Autore: Bridget Collins

Editore: Garzanti

Collana: Narratori moderni

Pubblicazione: maggio 2019

Edizione: prima edizione

Traduzione: Roberta Scarabelli

«I libri non sono un semplice oggetto. I libri sono scrigni speciali e potenti che contengono la forza dei ricordi, il loro significato e tutte le emozioni ad essi associati. Le persone hanno il timore di questo potere, di questa possibilità ma non riescono a farne a meno.

Proprio non riescono a non seguire il loro richiamo, la loro voce rievocativa».

 

Ho trovato questo libro fuori dal comune, particolare. È uno di quei romanzi come piace a me, quelli che sono con un piede nel reale e uno nel fantastico. Questo libro mi ha attirato non appena è uscito, c’era qualcosa nella copertina di affascinante che mi incuriosiva.

L’ho letto in tre giorni, a momenti alterni di esaltazione e, a volte, un po’ di noia.

Il libro è diviso in tre macro sezioni. Nella prima, narrata al presente, si racconta dell’Emmett di quel periodo; malato, debole e bistrattato che viene mandato via dalla sua famiglia senza un apparente motivo, se non la convinzione che la “strega” sia l’unica a poterlo guarire. La rilegatrice della palude.

Emmett viene portato da Seredith e diventa il suo apprendista. Viene spiegato cosa sia un rilegatore e pagina dopo pagina la Collins cerca di svelare il mistero che si cela dietro questa figura e nella storia di Emmett.

La seconda parte invece è nel passato, viene introdotto meglio un personaggio già visto alla fine della prima e iniziano a venire al pettine dei nodi che erano rimasti incastrati nel pettine per tutta la durata della prima parte.

La terza invece ci riporta nel presente e la voce narrante non è più quella di Emmett, ma quella del suo coprotagonista. La crescita dell’apprendista è visibile e nella terza parte lo troviamo ancora più distrutto che nella prima, ma con più consapevolezze. È più maturo, innamorato e pronto a sacrificarsi in nome di qualcuno che non si ricorda neanche più di lui, così da farlo sembrare combattivo.

Il tema che viene trattato in questo libro, il più forte, non è tanto il tema del diverso che si trova spesso, ma quello dell’omosessualità per come poteva essere vista e trattata più di un secolo fa. La Collins è molto brava, perché l’amore descritto è talmente tanto naturale – come dovrebbe sempre essere – che nel mentre lei cerca di portare la narrazione a quel punto, senza bisogno di spiegare si è già capito che Emmett e Lucian finiranno insieme. E la tenerezza di questo amore, in qualche modo, riesce ad avvolgerti in un abbraccio tanto forte da farti fermare il respiro.

Credo di voler dare a questo romanzo un quattro pieno, mi ha convinto per la sua forza, per i messaggi lanciati e per la forza narrativa intrinseca nella penna della scrittrice.

Voto: 4/5

Disclaimer: a causa di una distanza geografica proibitiva tra le due editor la foto del post ritrae solo la foto di copertina del libro preso in oggetto. Il libro è stato letto in versione cartacea, ma fotografato su supporto digitale.

Le letture di Francesca

In piedi sull’arcobaleno

Titolo: In piedi sull’arcobaleno

Autore: Fannie Flagg

Editore: Rizzoli Bur

Collana: Narrativa

Pubblicazione: febbraio 2004

Edizione: terza edizione

Traduzione: Olivia Crosio

«Bobby era stupefatto. Non riusciva a concepire che la nonna fosse al mondo da così tanto tempo. “C’erano già le stelle quando eri piccola?” Lei rise.

“Certo! Quando avevo la tua età, guardavo la stessa luna e le stesse stelle che guardi tu adesso. La natura non cambia. Solo le persone. NE nascono di nuove ogni anno, ma la luna e le stelle sono sempre le stesse. E allora non c’erano né le macchine, né il cinema, né la radio, né l’elettricità”

“E come vivevate senza tutte queste cose?”

“Più tranquilli”».

 

Inizio questa recensione con una delle mie consuete premesse: Fannie Flagg di solito la recensisce Martina. Non escludo che potreste trovarvi un’altra volta questa recensione più avanti, scritta da lei. Martina sicuramente darebbe un cinque a questo libro, o un quattro. Io do un tre. Vi spiego perché.

Teoricamente dovrebbe essere un romanzo divertente. Beh, non lo è. Ammetto che ci sono delle parti dove ti spunta un sorriso, ma non è esilarante. Il sorriso lo hai quasi per tutta la lettura, fatta eccezione di alcune parti, perché è un libro molto leggero che racconta della vita di una comunità di persone e le accompagna per decenni, fino alla fine di una generazione.

I personaggi sono tutti molto belli, nessuno ti ispira antipatia, neppure un’amante ricca e ambigua, perché alla fine si scopre che ha un animo fondamentalmente buono. Sono talmente tutti belli che è assurdo. La narrazione è tutta uguale, non ci sono colpi di scena. Non c’è niente che ti dia una scossa.

Dopo un po’ risulta noiosa, continui a leggere solo perché vuoi sapere come vanno a finire i personaggi, che tipo di vita andranno a fare.

L’unico personaggio che porti dall’inizio alla fine e che fa da filo conduttore è quello di Bobby, un bambino pestifero che vedi crescere dalla prima pagina all’ultima, quando da uomo si ritrova al funerale del suo migliore amico e ripercorre le strade della città che lo ha visto crescere. Non dico che il tema di fondo non sia valido. Si parla di famiglia, di amicizia, di crescita, del tempo che passa inesorabile e non si ferma.

È un libro tenero, infinitamente tenero, lineare, che ti strizza l’occhio ed è come la coperta che Linus si porta dietro sempre. È accomodante, un balsamo per quei periodi in cui non stai benissimo.

Questo sì. Questo glielo concedo.

Sicuramente è arrivato tra le mie mani nel momento giusto.

Però non è il mio genere e trovo che manchi qualcosa alla fine. O forse no, o forse sì. Lascia nell’incertezza. Questa indecisione è un’altra delle motivazioni per cui il mio giudizio non può essere più di quattro.

Nonostante questo, consiglio di leggerlo, soprattutto se è un periodo no, in qualche modo vi farà bene. Come ha fatto bene a me.

Voto: 3/5

Disclaimer: a causa di una distanza geografica proibitiva tra le due editor la foto del post ritrae solo la foto di copertina del libro preso in oggetto. Il libro è stato letto in versione cartacea, ma fotografato su supporto digitale.

Le letture di Francesca

Come fermare il tempo

Titolo: Come fermare il tempo

Autore: Matt Haig

Editore: Edizioni e/o

Collana: Dal mondo

Pubblicazione: novembre 2018

Edizione: febbraio 2019, seconda ristampa

Traduzione: Silvia Castoldi

«Le persone che ami non muoiono mai.

Così mi aveva detto Omai tanti anni prima.

E aveva ragione. Non muoiono. Non del tutto. Vivono nella tua mente, come hanno sempre vissuto dentro di te. Tieni accesa la loro luce. Se la ricordi abbastanza bene, sono ancora in grado di farti da guida, come la luce di stelle spente da tempo è in grado di guidare le navi attraverso acque sconosciute. Se smetti di piangerle e cominci ad ascoltarle, hanno ancora il potere di cambiarti la vita. In poche parole, possono essere la tua salvezza»

 

Tom ha più di quattrocento anni, ma ne dimostra una quarantina. Ha vissuto più vite, cambiando spesso identità; è uno degli Albatros, società segreta che nasconde uomini come lui, destinati a vivere una vita secolare. Unica cosa che non lo spinge a togliersi la vita è la ricerca forsennata della figlia, nata con la stessa sua patologia, che però risulta dispersa.

Ci sono stati molti pareri discordanti su questo libro. Il web si è diviso, una parte lo ha adorato, l’altra lo ha deriso. Io credo di collocarmi nel mezzo, oscillando più verso la parte che lo ha amato.

L’ho apprezzato sicuramente per il fatto che non mi ha mai fatto addormentare la mattina in treno – cosa ormai difficile – neanche chiudere leggermente gli occhi.

È stata una lettura scorrevole, tranquilla, quasi comoda. Ecco “comoda” invece è una di quelle cose che mi fa stare nel mezzo; non è necessariamente un pregio. Il “comoda” mi ha permesso di leggerlo in fretta, con leggerezza, cosa che di solito si fa solo con i libri che si leggono sotto l’ombrellone, mentre il sole di luglio inizia a colorarti la pelle.

I personaggi sono carini, introdotti in modo giusto; niente a confronto, ovviamente, al personaggio di Tom che essendo il protagonista è stato delineato necessariamente molto meglio. La sua storia è tutto fuorché banale, rasenta l’inverosimile, ma d’altronde tutto il romanzo ha questo tipo di impronta. Si passa costantemente da un piano temporale all’altro, a volte si rischia di perdersi, ma si riesce a stare sempre al passo.

Una grossa critica invece va al momento in cui Tom ritrova la figlia.

Penoso.

Veloce.

Troppo veloce.

La figlia è grande, sono passati secoli dall’ultima volta che l’ha vista – ancora bambina, quando se ne va per cercare di proteggerla – e se la ritrova davanti con una pistola puntata addosso.

Dopo cinque minuti e una pep talkla ragazza ritorna ad amare il padre come se non ci fosse un domani e combatte con lui il cattivo di tutta la storia.

Ridicolo, vero?

Nonostante questo mi sento di dare un tre e mezzo, perché la parte della figlia è talmente veloce che occupa poche pagine, perché il finale non fa così schifo e nel complesso, come dicevo prima, mi è piaciuto a metà e un pezzetto.

Voto: 3.5/5

Disclaimer: a causa di una distanza geografica proibitiva tra le due editor la foto del post ritrae solo la foto di copertina del libro preso in oggetto. Il libro è stato letto in versione cartacea, ma fotografato su supporto digitale.

Le letture di Francesca

Il segreto di Isabel

Titolo: Il segreto di Isabel

Autore: Susan Meissner

Editore: Tre60

Collana: –

Pubblicazione: giugno 2019

Edizione: giugno 2019

Traduzione: Elisa Banfi

«Ma quando mai smettiamo di muoverci? Io e te lo sappiamo meglio di tutti che la terra continua a girare, indipendentemente da quello che ci succede, e ti porta con sé, che tu lo voglia o no. Continuiamo a respirare, il cuore continua a battere, il sole continua il suo viaggio nel cielo e il pianeta gira, gira, gira. Quando la giornata finisce, ti infili a letto e quando ti svegli ce n’è un’altra, lì ad aspettarti. Non hai scelta. Se davvero avessi il potere di fermare questo movimento, l’avrei esercitato tanto tempo fa».

 

Isabel McFarland ha un segreto e decide di rivelarlo alla studentessa di storia che ha deciso di intervistarla per scrivere una tesi sulla seconda guerra mondiale.

Isabel ha un segreto che non riesce più a portarsi dentro, un segreto amaro che porta con sé una sofferenza durata una vita.

La storia che decide di raccontare è quella di due sorelle: Emmy e Julia Downtree, divise da un sogno, da una guerra e dall’ambizione.

Non sono un’esperta del catalogo Tre60, ma se la metà dei libri è come questo, credo che li prenderei tutti. Mi è piaciuto molto, il mio naso è stato incollato alle pagine fino alla fine, anche se nelle ultime rallenta un po’ per la forma diaristica che prende il romanzo.

Quando finisco un libro, soprattutto quando mi è piaciuto, è un po’ come un lutto; subito dopo cerco di iniziarne un altro perché senza leggere non so stare, però affronto le prime pagine del nuovo rimpiangendo il vecchio – non è forse la metafora della vita?

Iniziando questo è stato diverso, mi ha subito presa.

I due personaggi principali, Emmy e Julia riescono a prendere vita, aiutate anche da un contesto storico che conosciamo molto bene. Mentre Julia – soprattutto da bambina – ispiri tenerezza, Emmy è il classico personaggio che prenderesti a sberle, anche se non per tutta la durata del libro. Emmy ragazza è egoista, ambiziosa e arrogante, d’altra parte è una ragazzina che ha sempre dovuto fare le veci di una madre assente (odiosa anche lei, personaggio trattato poco e veramente in malo modo), sognatrice e ribelle. Una pagina la ami, l’altra la odi. È il personaggio perfetto perché cresce con te e che ti accompagna dall’inizio alla fine.

Il segreto di Isabelparla anche di guerra, è una parte fondamentale e la si ritrova costantemente, anche quando ormai è finita da un pezzo, un modo per dire che per chi l’ha vissuta non finisce mai, neanche volendolo. Ti rimane dentro e ti segna. Ha segnato Emmy che, nonostante tutto, se l’è cavata bene. Ha segnato Julia, che ne è rimasta traumatizzata e Isabel, quella vera, che non è sopravvissuta abbastanza per vederla.

Voto: 5/5

Disclaimer: a causa di una distanza geografica proibitiva tra le due editor la foto del post ritrae solo la foto di copertina del libro preso in oggetto. Il libro è stato letto in versione cartacea, ma fotografato su supporto digitale.

Le letture di Francesca

La ragazza con la Leica

Titolo: La ragazza con la Leica

Autore: Helena Janeczek

Editore: Guanda editore

Collana: Narratori della Fenice

Pubblicazione: settembre 2017

Edizione: 2018

Traduzione: Silvia Castoldi

«Il fotografo è un lavoro che premia gli opportunisti, favorisce i pattinatori in superficie. Un medico, al contrario, si trova implicato nelle vite dei pazienti, vite che neanche con l’aiuto di qualche lastra spesso offrono un’immagine univoca. C’è chi è nato per barcamenarsi e chi lo fa comunque, bene o male. Gerda avrebbe avuto la Souveränität di non voltarsi indietro e, al tempo stesso, non rinnegare nulla».

 

Dire che questo libro è brutto non sarebbe giusto visto che ha vinto un Premio Strega. Dire che questo libro è brutto per me, avrebbe già più senso.

Non sono riuscita a finirlo. In treno, prima delle ultime cento pagine, l’ho passato ad una mia amica che viaggiava con me che voleva leggerlo e le ho detto: “Buona fortuna”.

Non si capisce. Forse sono io che non capisco. Forse è troppo intelligente quel libro per me che, d’altronde, non ho feeling con nessun libro che ha vinto un premio importante.

Di solito, per quelli che sono i miei gusti vincere il Premio Strega (uno tra tutti) e sintomo di: noia, pesantezza e rottura di coglioni.

La ragazza con la Leica– che si chiama Gerda – è costruito su tre piani narrativi diversi. Sono tre capitoli infiniti, ognuno che racconta la protagonista per come l’ha conosciuta.

Gerda non ha voce. Vive nelle voci, nei pensieri e nei ricordi degli altri.

Il risultato è che non ti può piacere.

È un libro spento. Morto. Completamente senza vita. Gerda alla fine chi è?

Essere la ragazza con la Leica alla fine non la definisce e come faccio io, alla seconda parte del libro a non avere ancora realizzato il suo carattere.

Gerda è un personaggio tra tanti, buttata in mezzo ad altri e mai delineata nonostante sia lei la protagonista assoluta. Non si capiscono le relazioni, non si capiscono i luoghi. Niente.

Due.

Due e la chiudo qui. Mi ha lasciato l’amaro in bocca e non può essere che amara anche la mia opinione. Se avessi avuto vicino un camino, avrei usato il libro per ravvivare il fuoco.

Voto: 2/5

Disclaimer: a causa di una distanza geografica proibitiva tra le due editor la foto del post ritrae solo la foto di copertina del libro preso in oggetto. Il libro è stato letto in versione cartacea, ma fotografato su supporto digitale.

Le letture di Francesca

Il codice Rebecca

Titolo: Il codice Rebecca

Autore: Ken Follet

Editore: Mondadori

Collana: Oscar Bestsellers

Pubblicazione: maggio 2016

Edizione: maggio 2016

Traduzione: Patrizia Bonomi

«Quando di svegliò, ebbe per un istante l’impressione di essere di nuovo bambino, e di aver sognato la sua vita da adulto. Qualcuno gli stava toccando la spalla e gli stava dicendo “Svegliati Achmed” nel linguaggio del deserto. Erano anni che nessuno lo chiamava Achmed».

 

Devo dire che nell’ultimo periodo i libri ambientanti durante la guerra o dopo la guerra, mi piacciono molto.

Il codice Rebeccaperò non l’ho scelto per quello. L’ho comprato tempo fa perché volevo continuare la mia collezione di libri di Follet e poi è rimasto lì un po’ a riposare in libreria – mentre speravo di poterne comprare altri per fargli compagnia. L’ho ripreso in mano qualche giorno fa ed ero entusiasta, perché quello che avevo letto dell’autore fino a quel momento mi ha sempre mandato l’hype alle stelle.

Tuttavia questa lettura ammetto che ha fatto fatica a tenermi con il naso incollato alle pagine.

Siamo nell’estate del 1942 e siamo in Nord Africa, Vandam e Alex Wolff si inseguono senza conoscersi, uno un soldato e l’altro una spia. In ballo ci sono le sorti della guerra, la Germania sta vincendo, grazie alle numerose spie che ha in giro per il mondo riesce ad essere a conoscenza dei piani delle forze militari prima che questi siano effettivamente attuati. Ovviamente i piani vengono sottratti e trasmessi con attraverso una radio con l’utilizzo di un codice.

Il codice Rebecca.

Questo è il succo del libro, ovviamente nel mezzo abbiamo anche una storia d’amore che fa in modo che si crei anche un contatto emotivo con il lettore che, se non ci fosse stata, sarebbe venuto a mancare.

Rimango un po’ con le dita in sospeso adesso, perché in realtà questo libro non mi ha fatto né caldo né freddo, nonostante mi piacciano le storie sullo spionaggio, gli intrighi politici (soprattutto quando si intrecciano con quelli sentimentali) e l’avventura questo non vedevo l’ora di finirlo e di rimetterlo in libreria. Manca qualcosa di fondamentale, ma quando mi sono chiesta cosa fosse non sono riuscita a darmi una risposta, probabilmente manca qualcosa di poco oggettivo e che magari voi potrete trovare.

Un altro difetto è che è veramente troppo lento all’inizio e troppo veloce passata la metà. Il finale poi sembra essere me quando esco due minuti più tardi dal lavoro e sono in ritardo per il treno e mi trovo a correre come se non ci fosse un domani.

I personaggi: l’unico simpatico è Vandam, Alex è odioso, mentre le due donne sono trattate meno essendo personaggi secondari. Ma una è odiosa quanto Alex, l’altra è insipida, nonostante si racconti del suo passato.

Non posso che dare un 3. Non do un 2 perché sono affezionata a Follet, ma forse se lo meriterebbe anche questa volta.

Voto: 3/5

Disclaimer: a causa di una distanza geografica proibitiva tra le due editor la foto del post ritrae solo la foto di copertina del libro preso in oggetto. Il libro è stato letto in versione cartacea, ma fotografato su supporto digitale.

Le letture di Francesca

Il Club del libro e della torta di bucce di patata di Guernsey

Titolo: Il Club del libro e della torta di bucce di patata di Guernsey

Autore: Mary Ann Shaffer & Annie Barrows

Editore: Astoria

Collana: –

Pubblicazione: novembre 2017

Edizione: settembre 2018 – seconda ristampa

Traduzione: Giovanna Scocchera, Eleonora Rinaldi

 

«Sembrano trent’anni, anche se in realtà fu uno solo. Nell’aprile del ’45 il comandante Neuengamme scelse quelli di noi che erano ancora in grado di lavorare e ci mandò a Belsen. Viaggiammo per diversi giorni su un grosso camion aperto, senza cibo, senza coperte, senz’acqua, ma almeno non dovevamo camminare. Le pozze di fango per strada erano rosse»

 

1946, la seconda Guerra Mondiale è appena finita e Juliet sta cercando l’ispirazione per poter scrivere un libro che non faccia ridere. La protagonista, che alla fine vera protagonista non è, è una giornalista che, durante la guerra, ha cercato di alleggerire l’atmosfera cercando di far ridere chi non trovava più la forza di asciugarsi le lacrime.

L’ispirazione arriva con una lettera indirizzata a lei da parte di Dawsey, abitante di Guernsey e membro del Club del libro e delle bucce di patata che, per coincidenza, si è trovato tra le mani un vecchio libro una volta appartenuto a Juliet.

La particolarità del romanzo è che si tratta di una serie di lettere e sono proprio loro a costruire la storia e dare vita ai personaggi, dei quali si sentono le vere voci.

Non avevo mai letto niente di questa casa editrice che, da poco, fa parte del gruppo Mauri Spagnol, e si trova sotto il marchio più grosso di Guanda. Devo dire che mi piacerebbe leggere altro per farmi un’idea delle pubblicazioni. Se sono tutte come questa, hanno vinto.

Il Club del libroè uno di quei romanzi che ti conquista dalla prima pagina e che ti fa sentire parte di una storia che da un lato è molto vicina a quella del lettore, dall’altro è lontana e sconosciuta. Racconta la realtà della guerra, che noi non abbiamo vissuto. La racconta in modo diverso. La guerra che ha vissuto Guernsey non è la stessa guerra che studiamo sui libri. È una guerra dove i nazisti rimangono nazisti, ma hanno anche un lato umano e dove la fratellanza e la solidarietà la fanno da padrona. È anche una storia d’amore. L’amore in tutte le sue forme. Quello per un figlio, per quello per il proprio compagno, quello verso sé stessi e quello che ancor non è corrisposto.

Credo sia un libro che almeno una volta nella vita tutti dovremmo leggere, anche solo per il tema che tratta e per dare dell’altra linfa a quei tempi scuri. Anche solo per vedere che, a volte, anche solo un libro può salvare la vita.

Voto: 5/5

Disclaimer: a causa di una distanza geografica proibitiva tra le due editor la foto del post ritrae solo la foto di copertina del libro preso in oggetto. Il libro è stato letto in versione cartacea, ma fotografato su supporto digitale.

Le letture di Francesca

M. Il figlio del secolo

Titolo: M. Il figlio del secolo

Autore: Antonio Scurati

Editore: Bompiani

Collana: Narratori italiani

Pubblicazione: settembre 2018

Edizione: 2018

«Io sono sbandato per eccellenza, il protettore degli smobilitati, il perduto alla ricerca della strada. Ma l’azienda c’è e bisogna portarla avanti. In questa sala semi vuota, dilatate le narici, fiuto il secolo, poi tendo il braccio, cerco il polso della folla e sono sicuro che il mio pubblico ci sia»

 

Il figlio del secolo. Quella m nera maiuscola, scritta in bold che spicca brutale, arcigna e potente sulla copertina a sfondo bianco non invoglia per niente all’acquisto del libro. Non ti porta neanche ad avvicinarti, perché la forza comunicativa è talmente prorompente e il significato così sfacciatamente chiaro, che chi conosce la storia non può far altro che averne paura.

Il figlio nel secolo, romanzo di Antonio Scurati ed edito da Bompiani parla da solo ed esprime una grandezza tale che prima di avvicinarvisi bisogna fare i conti con la storia di tutti, di un’Italia che ha vinto la guerra, ma rincorrerà sempre il carro dei vincitori senza arrivare mai a salirci.

Scurati scrive un romanzo di più di ottocento pagine che è talmente documentato che riesce ad assomigliare anche a un memoir, un reportage e un saggio, riuscendo così a fare colpo su lettori diversi.

Il personaggio principale è un ex socialista, un giornalista mancato, un maestro di scuola, un uomo che a prima vista non sembrerebbe essere in grado di fare del male ad una mosca. Invece si tratta di Benito Mussolini, un carnefice, e Scurati racconta con il supporto di documenti dell’epoca, gli anni immediatamente dopo la fine della prima guerra mondiale.

Il primo capitolo inizia con la fondazione dei Fasci di combattimento il 23 marzo del 1919 e l’ultimo vede Mussolini – M – che parla in Parlamento con le mani ancora sporche del sangue di un suo avversario politico.

Non si può negare che il libro sia stato scritto molto bene, nonostante a volte lo scrittore sembra fare fatica a distaccarsi dalle fonti e diventa meno scorrevole la lettura, facendo spostare il tono narrativo più verso il saggio che il romanzo.

Quando si prende in mano M, non avendolo ancora letto, non si può far altro che avere un leggero senso di colpa. Lo leggo, non lo leggo? Leggere una biografia di Mussolini fa di me meno antifascista?

Mnon è un romanzo fascista, ma non è neppure antifascista. È un romanzo che si attiene ai fatti, poco importa se a volte non riescono ad essere precisi. Non c’è una specifica, non si parla di lotta tra il bene e il male ma dei sei anni che seguono la Grande Guerra, della persona che porterà alla seconda guerra mondiale.

Benito Mussolini non viene preso in considerazione solo come carnefice, ma come un uomo. Scurati ha in mano un tizzone ardente, non è facile parlare di Mussolini cercando di essere super partes, ma nonostante tutto ci riesce – anche se in alcune parti lo tocca con tale leggerezza che si sente poco la caratterizzazione. La caratterizzazione degli altri personaggi è molto più semplice, essendo personaggi realmente esistiti e meno complicati da gestire. Scurati è riuscito a renderli ancora tridimensionali e policromatici, senza mai giudicarne l’operato.

In tutto il romanzo si riescono a scorgere dei parallelismi tra la politica del tempo e il clima populista odierno:

«Il suo trionfo è dovuto al plebiscito del Centro e, soprattutto, del Sud, dove fino alla marcia su Roma il fascismo quasi non esisteva. Sono i fascisti dell’ultima ora ad aver consegnato il Paese a Mussolini, è la vocazione al servaggio dei popoli a scarsa educazione politica, la corsa a salire sul carro del vincitore.»

Il romanzo mette in luce il periodo a cavallo tra la prima e la seconda guerra mondiale in modo freddo e distaccato come farebbe il miglior professore di storia. Ci parla del fascismo senza giudicarlo, di come e perché gli italiani lo hanno appoggiato e di chi fosse veramente la figura a capo di tutti. Di come la massa, se si riesce a prestarle attenzione, possa essere intercettata e guidata.

Voto: 3/5

Disclaimer: a causa di una distanza geografica proibitiva tra le due editor la foto del post ritrae solo la foto di copertina del libro preso in oggetto. Il libro è stato letto in versione cartacea, ma fotografato su supporto digitale.