Resto qui

Titolo: Resto qui

Autore: Marco Balzano

Editore: Einaudi

Collana: Supercoralli

Pubblicazione: 2018

Edizione: prima edizione, 2018

Io credevo che il sapere più grande, specie per una donna, fossero le parole. Fatti, storie, fantasie, ciò che contava era averne fame e tenersele strette per quando la vita si complicava o si faceva spoglia. Credevo che mi potessero salvare, le parole.

 

Mi sono innamorata di questo romanzo dalla prima pagina che ho letto, credo di averlo divorato in due giorni; non importava se finirlo volesse dire andare a dormire alle 2, dovevo arrivare assolutamente fino all’ultima pagina.

Non sono mai andata a Curon Venosta, ma qualcosa mi dice che ci andrò presto insieme al mio compagno, Balzano è riuscito a farmi innamorare non solo dei suoi personaggi, ma anche di un paese che non c’è più.

Durante l’inizio del ventennio fascista Trina non può più insegnare, le viene impedito da Mussolini; non può parlare la sua lingua madre, il tedesco.

Sposa un ragazzo di paese, Erich, che fa parte della prima vera resistenza di Curon; l’amore per lui la porta a iniziare ad insegnare clandestinamente nei luoghi più improbabili, perché i bambini devono imparare il tedesco e non solo ciò che viene imposto dal regime fascista.

Il romanzo inizia con una lettera aperta alla figlia che se ne è andata, la secondogenita in cui si rispecchiava di più la donna; ancora piccola decide di scappare nella notte con la zia materna perché vuole essere libera. Scappano di notte, come la maggior parte dei fuggiaschi che vogliono passare il confine cercando la salvezza. La voglia di libertà si respira durante tutto l’arco narrativo, ma è una libertà che sconfina dalla soggettività dell’essere umano, è una libertà universale, quella che non importa se mi libero solo io, se anche tutti gli altri non possono esserlo.

Libertà di scegliere una patria, la libertà di vivere la vita che si voleva da bambini, di professione. La libertà di poter vivere nel proprio paese e di non vederselo sommerso da un lago artificiale.

Trina ed Erich durante la seconda guerra mondiale scappano, vanno a rifugiarsi sulle montagne dove iniziano a vivere la resistenza vera e propria, sconfitti moralmente da un figlio che ha deciso di arruolarsi e di credere nei totalitarismi.

La loro vita non vede mai pace, neanche una volta tornati in paese, quando vengono espropriati i terreni per la diga. Vedono andare tutto in frantumi, le case vengono fatte saltare, rimane solo il campanile che diventerà il simbolo di Curon.

Della casa dei due protagonisti è rimasto solo quello, che svetta dalla superficie del lago di Resia e si riflette nell’acqua che lo circonda.

L’Einaudi colpisce nel segno un’altra volta pubblicando un libro sulla resistenza e sull’antifascismo, richiamando tutte le sue altre pubblicazioni passate, all’epoca del suo patron, di Pavese, Calvino e della Ginzburg.

È un romanzo che parla di un’identità perduta con l’avvento del fascismo, ma che non è mai stata ritrovata con la fine della guerra. Un’identità annientata da una storia che per Curon è stata implacabile.

Soprattutto è scritto divinamente con una scrittura che ti prende l’anima, lo consiglio a tutte quelle persone che non solo amano i romanzi che parlano di resistenza e di guerra, ma anche a tutte quelle persone che hanno bisogno di trovare la forza per trovare la via di casa, Trina ed Erich potrebbero fare da esempio.

 

Voto: 5/5

Disclaimer: a causa di una distanza geografica proibitiva tra le due editor la foto del post ritrae solo la foto di copertina del libro preso in oggetto. Il libro è stato letto in versione cartacea, ma fotografato su supporto digitale.

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