Le letture di Martina

La vita è una serie di scelte tra chissà.

La scelta del titolo è stata ardua. Molto ardua. Seguitemi e vi spiego il perché 😉

Il problema di una spirale è che se la segui all’interno non finisce mai.

Continua a stringersi, all’infinito.

Titolo: Tartarughe all’infinito

Autore: John Green

Editore: Rizzoli

Anno: 2017

Pagine: 333

Chiunque può guardarti.

E’ raro trovare qualcuno che vede lo stesso mondo che vedi tu.

Trama: Indagare sulla misteriosa scomparsa del miliardario Russell Pickett non rientrava certo tra i piani della sedicenne Aza, ma in gioco c’è una ricompensa di centomila dollari e Daisy, Miglior e Più Intrepida Amica da sempre, è decisa a non farsela scappare.

Punto di partenza delle indagini diventa il figlio di Pickett, Davis, che Aza un tempo conosceva ma che, pur abitando a una manciata di chilometri, è incastrato in una vita lontana anni luce dalla sua.

E incastrata in fondo si sente anche Aza, che cerca con tutte le forze di essere una buona figlia, una buona amica, una buona studentessa e di venire a patti con le spire ogni giorno più strette dei suoi pensieri.

Il fatto è che quando perdi qualcuno capisci che prima o poi perderai tutti.

La mia opinione: mettiamola così, il mio punto di partenza è di parte. Stiamo parlando di John Green, uno dei miei autori preferiti, di cui evito di perdermi anche solo uno dei suoi libri. Eppure, ciò non toglie che avrei anche potuto rimanere delusa.

Per fortuna, ciò non è accaduto!

Ma lei per qualche motivo non mi ricorda il passato. Lei è tempo presente.

Al solito, Green sa sorprendermi e sconvolgermi. Prima di tutto lei, Aza: è la protagonista di questa storia, ma anche la protagonista dei suoi pensieri o sono i suoi pensieri ad essere i protagonisti della storia? Il concetto è ingarbugliato esattamente come lo è lei. Ma ciò che più di tutto mi ha affascinato è che l’autore ha scritto questo libro usando la prima persona singolare e non c’è mai una descrizione fisica del personaggio. Il lettore, quindi, si ritrova dentro la testa contorta della protagonista e ne è talmente risucchiato che si sente lui stesso il protagonista di questa storia. Oltre a farsi venire le stesse ansie che ha la povera Aza.

Grazie a questo, la lettura è assolutamente scorrevole, il linguaggio è semplice, a tratti ironico e al tempo stesso non privo di curiosità. Troviamo, infatti, molti riferimenti astronomici, grazie alla passione di Davis per le stelle.

Nessuno capisce nessun altro, non veramente.

Siamo tutti imprigionati dentro noi stessi.

La trama, in generale, è molto semplice. Stiamo parlando della vita di un’adolescente, che ha perso il padre quando era piccola e che si trova ad affrontare qualche problema psichiatrico. Detta così, lo so che suona malissimo e sembra una cosa molto grave. Ma se decidete di fidarvi e scegliete di leggere questo libro, capirete molto bene di cosa sto parlando.

Tu sei il fuoco e l’acqua che lo spegne.

Sei il narratore, il protagonista e la spalla.

Sei chi racconta la storia e la storia raccontata.

Sei il qualcosa di qualcuno, ma sei anche il tuo te.

Per tornare al punto di partenza di questo articolo, vi spiego la scelta del titolo. O meglio, vi posso soltanto dire che non avevo idea di che titolo scegliere! Così, ho optato per una delle frasi che più mi hanno colpito.

Il mondo è anche le storie che ne raccontiamo.

Insomma, Tartarughe all’infinito è stato un buon colpo di scena, per questo si meriterebbe un 10 come voto. Un 10 su 5, ovviamente.

Voto: 5/5 – no, per coerenza non potevo fare diversamente!

Una spirale diventa infinitamente stretta via via che la segui verso l’interno, ma diventa anche infinitamente larga via via che la segui verso l’esterno.

Le letture di Martina

Sui passi di un mondo perduto

Non perdo tempo in chiacchiere questa volta, passo subito a raccontarvi dell’ultimo libro che ho letto, che ha subito messo radici profonde nel mio cuore.

C’è qualcos’altro che devi sempre ricordare. Ci sono persone magnifiche su questa terra, che se ne vanno in giro travestite da normali esseri umani. Non scordarlo mai, Stump, hai capito?

Titolo: Pomodori verdi fritti al caffè di Whistle Stop

Autore: Fannie Flagg

Editore: Rizzoli

Anno: 1987

Pagine: 359

Trama: Coniungando uno humor irresistibile alla rievocazione struggente di un mondo che non c’è più, Fannie Flagg racconta la storia del caffè aperto in un’isolata località dell’Alabama dalla singolare coppia formata da Ruth, dolce e riservata, e Idgie, temeraria e intraprendente. Un locale, il loro, che è punto di incontro per i tipi umani più diversi e improbabili: stravaganti sognatori, poetici banditi, vittime della Grande Depressione. La movimentata vicenda che coinvolge Ruth e Idgie, implicate loro malgrado in un omicidio, e la tenacia che dimostrano nello sconfiggere le avversità, donano a chiunque segua le loro avventure la fiducia e la forza necessarie per affrontare le difficoltà dell’esistenza.

A volte mi domando che cosa la gente usi al posto del cervello. Pensa a quei ragazzi: hanno paura di sedersi a mangiare vicino a un negro, ma divorano le uova che escono dal culo delle galline.

La mia opinioneda qualche parte, nel corso della mia esistenza, ho sempre sentito nominare questi “Pomodori verdi fritti”, senza mai comprendere esattamente di cosa si trattasse. Poi, lo scorso anno, durante una pausa dal lavoro, mi capitò di vedere uno spezzone del film, che non sono mai riuscita a finire di vedere. Ma mi era piaciuto moltissimo e ne ero rimasta affascinata. Presentava un mondo lontano anni luce da quello che viviamo noi oggi, un’epoca che non riusciremmo nemmeno ad immaginare.

La settimana scorsa, mentre gironzolavo alla Feltrinelli di Pavia (e cercavo con tutte le mie forze di trattenermi dal comprare ogni singolo libro presente), mi sono imbattuta in questa creatura di carta. Non ho saputo resistere, o forse non ho affatto voluto resistere. Doveva essere mio.

Così, l’ho portato a casa e ho cominciato subito a leggerlo. E per qualche giorno ho avuto il piacere di immergermi nella vita degli anni Trenta, in una cittadina sperduta dell’Alabama.

Se chiudi in trappola un animale selvatico, puoi star certa che morirà, ma se lo lasci libero, nove volte su dieci tornerà a casa.

E’ un libro a tratti drammatico, a tratti divertente. Divertente, perchè come succede a tutti nei periodi di crisi, cerchiamo di affrontare la vita al meglio che possiamo. La Flagg racconta le avventure di Ruth e Idgie, come se fossero vecchie conoscenze del lettore, attraverso brevi capitoli, tutti con una data ben precisa, in alcuni casi come se fossero articoli di giornale, raccolti qua e là. La storia di un’amicizia, bizzarra alle volte, che viaggia continuamente sul filo sottile dell’amore. Due persone che sono ben volute da tutti e vogliono altrettanto bene a tutti, proprietarie del Caffè di Whistle Stop, lo snodo attorno al quale si svolgono la maggior parte delle vicende. E narra anche delle difficoltà che la gente ha dovuto affrontare durante la Depressione, i barboni continuamente affamati, le persone che si aiutano gli uni con gli altri, le difficoltà che avevano le persone di colore a farsi accettare e ad adattarsi in un mondo in cui nessuno voleva accettarli.

E come contorno, l’autrice ci racconta un’altra storia di amicizia, quella tra una signora di quasi cinquant’anni, depressa e con la voglia di suicidarsi, con un’anziana ospite di una casa di riposo. Un’amicizia attraverso la quale Evelyn, riscopre la voglia di vivere e di fare qualcosa per volersi bene e accettare se stessa, mentre Ninny le racconta tutte le vicende di Whistle Stop che fanno da filo conduttore. 

Tutti e due avevano capito fin troppo bene i sentimenti dell’altro. Da quel momento in poi era cominciato per entrambi un lutto senza fine. Non che ne avessero mai parlato. Quelli che soffrono davvero non lo dicono mai.

E, fortunatamente, Fannie Flagg non lascia niente in sospeso, ma ci racconta la vita di ogni singolo personaggio presente nella storia, fino al finale, in cui per un attimo Evelyn tocca quasi con mano uno di loro.

Voto: 5/5

Le letture di Martina

We can be hereos, just for one day.

ATTENZIONE! Questo post potrebbe contenere SPOILER!

Titolo: Shadowhunters, Città del fuoco celeste

Autore: Cassandra Clare

Editore: Mondadori

Anno: 2015

Pagine: 756

Trama: Erchomai, ha detto Sebastian. Sto arrivando. E ancora una volta sul mondo degli Shadowhunters cala l’oscurità. Mentre tutto intorno a loro cade a pezzi, Clary, Jace e Simon devono unirsi con tutti quelli che stanno dalla stessa parte, per combattere il più grande pericolo che la società dei Nephilim abbia mai affrontato: Sebastian, il fratello di Clary. Il traditore, colui che ha scelto il male. Nulla, in questo mondo, può sconfiggerlo, e i tre, uniti da un legame profondo e indissolubile, sono costretti a cercare un altro mondo dove l’estremo scontro abbia una speranza di vittoria. Il mondo dei demoni. Ma il prezzo da pagare sarà altissimo. Molte vite saranno perdute per sempre, e l’amore sarà sacrificato per un bene più grande: scongiurare la distruzione definitiva di un mondo che non sarà mai più lo stesso. Perché la fine degli Shadowhunters è anche il loro inizio.

La mia opinione: ci ho messo un po’ a finire l’ultimo capitolo di questa bellissima saga, negli ultimi giorni sono stata un po’ impegnata. Così questo pomeriggio mi sono lanciata a capofitto, senza alcun rancore, nelle ultime pagine, convinta di dover arrendermi al fatto che non ci sarebbe mai stato alcun lieto fine.

All’inizio dell’articolo ho sottolineato l’avvertenza agli spoiler, perché in questo caso non credo di riuscire a scrivere una recensione senza lasciarmi sfuggire qualche dettaglio. E, inoltre… leggetevi Shadowhunters!! È davvero arrivato il momento e giuro che non ve ne pentirete.

Dunque, cosa posso dire? La storia è tosta, forse un po’ lenta, la narrazione si trascina per lungo tempo, molte scene sembrano simili l’una all’altra. Ma la verità è che in questo ultimo capitolo di The Mortal Instruments assistiamo ad una vera e propria guerra, vista da più fronti è più punti di vista. I nostri personaggi sono più tutti insieme in un’unica battaglia, ma sono tutti separati in piccoli gruppetti.

C’è l’entrata in scena di nuovi personaggi, tra cui Emma Carstairs, protagonista della nuova trilogia Shadowhunters di Cassandra Clare, The Dark Artifices, e Tessa Gray, protagonista della trilogia precedente, The Infernal Devices. Insomma, questo libro si chiude con delle porte aperte e dei punti che per scoprirli si è obbligati ad andare a leggere tutti gli altri (ieri sono stata tentata più volte di prendere il primo libro di The Infernal Devices, ma ho cercato di trattenermi. Ho ceduto su un altro libro. Sono un disastro ambulante 😭).

Prima ho detto che ero spaventata all’idea che non ci fosse un lieto fine. Beh, diciamo che il penultimo capitolo si chiude tristemente e ti sembra di aver perso ogni cosa sensata. C’è un grande sacrificio da parte di uno dei personaggi, quello a cui capitano tutte le disgrazie del caso e che manco ne voleva sapere degli Shadowhunters. Eppure, nonostante questo, l’autrice riesce a regalare ai suoi lettori qualche lacrima di gioia e qualche piccolo momento di speranza per cui le cose possono sempre essere raddrizzate, anche quando pensiamo che sia la fine.

La fine è anche l’inizio.

I protagonisti di questa saga ci regalano momenti di forte tensione emotiva, di paura in alcuni casi, ma non smettono mai di stupirci, fino all’ultima pagina.