Le letture di Francesca

Il racconto dell’Ancella

Titolo: Il racconto dell’ancella

Autore: Margaret Atwood

Editore: Ponte alle Grazie

Collana: Scrittori

Pubblicazione: giugno 2019

Edizione: prima edizione

Traduzione: Camillo Pennati

«Ciò che mi ci vuole è la prospettiva, l’illusione di profondità, creata da una cornice, una sapiente disposizione di forme sopra una superficie piatta. La prospettiva è necessaria. Altrimenti ci sono solo due dimensioni. Altrimenti vivi con la faccia pigiata contro una parete, un enorme piano di dettagli come quando in una fotografia vedi la trama di una stoffa, le molecole di un viso. La tua stessa pelle come un diagramma di futilità, una mappa attraversata da stradine che non portano da nessuna parte. Altrimenti vivi nel presente. Che non è dove voglio trovarmi.».

Di solito non amo i distopici, ma questo mi è piaciuto molto, nonostante la difficoltà di andare avanti nella lettura nella prima parte, dove mi si chiudevano gli occhi. Sono molto contenta di non aver abbandonato, ma di aver insistito.

Nell’era in cui viviamo, questo tipo di romanzo, non può essere che istruttivo.

Gli Stati Uniti sono diventati uno stato totalitario e le donne perdono qualsiasi facoltà di scelta sulle loro vite. Sono divise in categorie, la maggior parte di loro non può più avere figli. Quelle che sono ancora fertili sono le Ancelle, vestite di rosso e che passano di famiglia in famiglia con la stessa utilità dei forni. Alla stregua di bambole gonfiabili vanno a letto con il capo famiglia mentre la moglie guarda e, quando rimangono incinte, inizia un gioco di ruolo macabro e rivoltante tra loro e le mogli effettive.

Viene narrato il tutto da punto di vista di Difred, un’ancella che forse riuscirà a scappare. O forse no. Non si sa. Non è facile scappare da quel regime.

Nonostante il romanzo non sia altro che una sorta di parodia e satira di un regime che ha sempre fatto paura, va anche a colpire il cuore di una società che a volte è fintamente puritana, i tabù istituzionali e l’intreccio tra la sessualità e i rapporti di potere.

La Atwood racconta talmente bene il mondo che ha immaginato che non puoi fare altro che provare disgusto quando lei te lo vuole far provare, ma anche pena, compassione, speranza e disillusione.

È un romanzo di una potenza incredibile che vuole scongiurare un futuro improbabile, ma non impossibile.

Nella speranza che tutto questo rimanga solo un impasto ben riuscito di fantasia e storia, il mio voto è cinque.

Voto: 5/5

Disclaimer: a causa di una distanza geografica proibitiva tra le due editor la foto del post ritrae solo la foto di copertina del libro preso in oggetto. Il libro è stato letto in versione cartacea, ma fotografato su supporto digitale.

Le letture di Francesca

Un dolore così dolce

Titolo: Un dolore così dolce

Autore: David Nicholls

Editore: Neri Pozza

Collana: Bloom

Pubblicazione: settembre 2019

Edizione: prima edizione

Traduzione: Massimo Ortelio

«Tutti i ragazzi che avevo intorno stavano definendo la loro personalità, che a quell’età è un po’ come cambiare il modo di vestire e il taglio dei capelli. Eravamo ancora elastici e malleabili, avevamo tempo di sperimentare una nuova calligrafia, una nuova risata, la nostra stessa andatura, prima di irrigidirci e assumere una forma definitiva. Gli ultimi cinque anni erano stati un’incessante e caotica sperimentazione, che ci aveva visto prendere e scartare abiti e abitudini, amicizie e opinioni, un processo pauroso e divertente per noi, ma assurdo e logorante per genitori e insegnanti vittime di quelle svolte improvvise, eppure chiamati a mettere ordine nel nostro caos.».

Ho amato alla follia One day, ad oggi è ancora nella mia Top Ten di libri preferiti. Ho iniziato a leggere questo libro con curiosità, ma con poche aspettative. Non perché non mi convincesse, ma perché avevo amato talmente tanto il precedete, che non mi andava di restare delusa.

Credo di aver affrontato la lettura con il giusto spirito.

Un dolore così dolce è struggente, ma non tanto quanto One day.

È un romanzo di crescita, racconta di una famiglia e del suo sviluppo nel corso degli anni, non abbiamo un protagonista unico anche se a volte uno spicca più di altri. È un racconto corale, fatto di più storie e più persone.

Il tema della crescita non è nuovo per Nicholls, chi ha letto il precedente sa benissimo che è un tema ricorrente; i personaggi vengono vissuti in un arco di temporale più ampio rispetto a quello dei classici romanzi che leggiamo in giro.

Non posso dire che abbia qualcosa di particolare, non posso dire che non mi sia piaciuto, ma posso dire che mi ha emozionato a tratti. Soprattutto quando l’autore parla del primo amore. C’è sempre, di base, quel po’ di malinconia che non guasta mai e che ti culla nella lettura facendoti rivivere anche il tuo primo amore.

Ci sono anche delle cose assurde, delle “americanate” che a volte non fanno altro che rovinare l’atmosfera per qualche secondo, ma che comunque fanno sorridere.

Credo che il mio voto sia un tre per questo romanzo. Lo consiglio perché è da leggere se piace il genere e l’autore, ma – ma chi come me ha amato One day – partite con aspettative al minimo

Voto: 4/5

Disclaimer: a causa di una distanza geografica proibitiva tra le due editor la foto del post ritrae solo la foto di copertina del libro preso in oggetto. Il libro è stato letto in versione cartacea, ma fotografato su supporto digitale.

Le letture di Francesca

Il Rilegatore

Titolo: Il Rilegatore

Autore: Bridget Collins

Editore: Garzanti

Collana: Narratori moderni

Pubblicazione: maggio 2019

Edizione: prima edizione

Traduzione: Roberta Scarabelli

«I libri non sono un semplice oggetto. I libri sono scrigni speciali e potenti che contengono la forza dei ricordi, il loro significato e tutte le emozioni ad essi associati. Le persone hanno il timore di questo potere, di questa possibilità ma non riescono a farne a meno.

Proprio non riescono a non seguire il loro richiamo, la loro voce rievocativa».

 

Ho trovato questo libro fuori dal comune, particolare. È uno di quei romanzi come piace a me, quelli che sono con un piede nel reale e uno nel fantastico. Questo libro mi ha attirato non appena è uscito, c’era qualcosa nella copertina di affascinante che mi incuriosiva.

L’ho letto in tre giorni, a momenti alterni di esaltazione e, a volte, un po’ di noia.

Il libro è diviso in tre macro sezioni. Nella prima, narrata al presente, si racconta dell’Emmett di quel periodo; malato, debole e bistrattato che viene mandato via dalla sua famiglia senza un apparente motivo, se non la convinzione che la “strega” sia l’unica a poterlo guarire. La rilegatrice della palude.

Emmett viene portato da Seredith e diventa il suo apprendista. Viene spiegato cosa sia un rilegatore e pagina dopo pagina la Collins cerca di svelare il mistero che si cela dietro questa figura e nella storia di Emmett.

La seconda parte invece è nel passato, viene introdotto meglio un personaggio già visto alla fine della prima e iniziano a venire al pettine dei nodi che erano rimasti incastrati nel pettine per tutta la durata della prima parte.

La terza invece ci riporta nel presente e la voce narrante non è più quella di Emmett, ma quella del suo coprotagonista. La crescita dell’apprendista è visibile e nella terza parte lo troviamo ancora più distrutto che nella prima, ma con più consapevolezze. È più maturo, innamorato e pronto a sacrificarsi in nome di qualcuno che non si ricorda neanche più di lui, così da farlo sembrare combattivo.

Il tema che viene trattato in questo libro, il più forte, non è tanto il tema del diverso che si trova spesso, ma quello dell’omosessualità per come poteva essere vista e trattata più di un secolo fa. La Collins è molto brava, perché l’amore descritto è talmente tanto naturale – come dovrebbe sempre essere – che nel mentre lei cerca di portare la narrazione a quel punto, senza bisogno di spiegare si è già capito che Emmett e Lucian finiranno insieme. E la tenerezza di questo amore, in qualche modo, riesce ad avvolgerti in un abbraccio tanto forte da farti fermare il respiro.

Credo di voler dare a questo romanzo un quattro pieno, mi ha convinto per la sua forza, per i messaggi lanciati e per la forza narrativa intrinseca nella penna della scrittrice.

Voto: 4/5

Disclaimer: a causa di una distanza geografica proibitiva tra le due editor la foto del post ritrae solo la foto di copertina del libro preso in oggetto. Il libro è stato letto in versione cartacea, ma fotografato su supporto digitale.

Le letture di Francesca

In piedi sull’arcobaleno

Titolo: In piedi sull’arcobaleno

Autore: Fannie Flagg

Editore: Rizzoli Bur

Collana: Narrativa

Pubblicazione: febbraio 2004

Edizione: terza edizione

Traduzione: Olivia Crosio

«Bobby era stupefatto. Non riusciva a concepire che la nonna fosse al mondo da così tanto tempo. “C’erano già le stelle quando eri piccola?” Lei rise.

“Certo! Quando avevo la tua età, guardavo la stessa luna e le stesse stelle che guardi tu adesso. La natura non cambia. Solo le persone. NE nascono di nuove ogni anno, ma la luna e le stelle sono sempre le stesse. E allora non c’erano né le macchine, né il cinema, né la radio, né l’elettricità”

“E come vivevate senza tutte queste cose?”

“Più tranquilli”».

 

Inizio questa recensione con una delle mie consuete premesse: Fannie Flagg di solito la recensisce Martina. Non escludo che potreste trovarvi un’altra volta questa recensione più avanti, scritta da lei. Martina sicuramente darebbe un cinque a questo libro, o un quattro. Io do un tre. Vi spiego perché.

Teoricamente dovrebbe essere un romanzo divertente. Beh, non lo è. Ammetto che ci sono delle parti dove ti spunta un sorriso, ma non è esilarante. Il sorriso lo hai quasi per tutta la lettura, fatta eccezione di alcune parti, perché è un libro molto leggero che racconta della vita di una comunità di persone e le accompagna per decenni, fino alla fine di una generazione.

I personaggi sono tutti molto belli, nessuno ti ispira antipatia, neppure un’amante ricca e ambigua, perché alla fine si scopre che ha un animo fondamentalmente buono. Sono talmente tutti belli che è assurdo. La narrazione è tutta uguale, non ci sono colpi di scena. Non c’è niente che ti dia una scossa.

Dopo un po’ risulta noiosa, continui a leggere solo perché vuoi sapere come vanno a finire i personaggi, che tipo di vita andranno a fare.

L’unico personaggio che porti dall’inizio alla fine e che fa da filo conduttore è quello di Bobby, un bambino pestifero che vedi crescere dalla prima pagina all’ultima, quando da uomo si ritrova al funerale del suo migliore amico e ripercorre le strade della città che lo ha visto crescere. Non dico che il tema di fondo non sia valido. Si parla di famiglia, di amicizia, di crescita, del tempo che passa inesorabile e non si ferma.

È un libro tenero, infinitamente tenero, lineare, che ti strizza l’occhio ed è come la coperta che Linus si porta dietro sempre. È accomodante, un balsamo per quei periodi in cui non stai benissimo.

Questo sì. Questo glielo concedo.

Sicuramente è arrivato tra le mie mani nel momento giusto.

Però non è il mio genere e trovo che manchi qualcosa alla fine. O forse no, o forse sì. Lascia nell’incertezza. Questa indecisione è un’altra delle motivazioni per cui il mio giudizio non può essere più di quattro.

Nonostante questo, consiglio di leggerlo, soprattutto se è un periodo no, in qualche modo vi farà bene. Come ha fatto bene a me.

Voto: 3/5

Disclaimer: a causa di una distanza geografica proibitiva tra le due editor la foto del post ritrae solo la foto di copertina del libro preso in oggetto. Il libro è stato letto in versione cartacea, ma fotografato su supporto digitale.

Le letture di Martina

Il predicatore

Titolo: Il predicatore

Autore: Camilla Läckberg

Editore: Marsilio

Collana: Universale Economica Feltrinelli

Pubblicazione: 2010

Edizione: 2018

Traduzione: Laura Cangemi

«Cessate le grida, aperta e richiusa la botola sopra le loro teste, si trascinò sul pavimento freddo e umido fino all’altra.

Era venuto il momento di consolare.»

Camilla Läckberg, quando scrive, ti porta in Svezia, per le strade di Fjällbacka.

Questa volta il racconto è ambientato in piena estate e, una mattina, viene ritrovato il cadavere nudo di una turista tedesca, scomparsa circa una settimana prima. Poco dopo, un’altra ragazza scompare. Da quel momento in avanti, l’orologio comincia a ticchettare perché è chiaro a tutti, Patrik Heström, a cui è stata affidata l’indagine, che hanno i minuti contati per ritrovare la ragazza, prima che sia troppo tardi.

L’autrice fa vivere al lettore una vera e propria corsa contro il tempo, attraverso cui si snodano le vicende di intrighi familiari.

Unica pecca, almeno per me, è l’aver capito molto presto chi era l’assassino. Questo non per indizi lasciati dall’autrice stessa, ma per il semplice fatto che i conti portavano a quel risultato, anche se ce n’erano molti lasciati in sospeso, che in diversi momenti del libro mi hanno fatto ripensare alla mia idea.

Purtroppo, è molto difficile scrivere una recensione di questo tipo senza fare spoiler. Quindi, preferisco non addentrarmi oltre. Al momento, libri firmati Camilla Läckberg in libreria non ho più, ma prima o poi tornerò sicuramente fra le sue pagine.

Voto: 4/5

Le letture di Francesca

Come fermare il tempo

Titolo: Come fermare il tempo

Autore: Matt Haig

Editore: Edizioni e/o

Collana: Dal mondo

Pubblicazione: novembre 2018

Edizione: febbraio 2019, seconda ristampa

Traduzione: Silvia Castoldi

«Le persone che ami non muoiono mai.

Così mi aveva detto Omai tanti anni prima.

E aveva ragione. Non muoiono. Non del tutto. Vivono nella tua mente, come hanno sempre vissuto dentro di te. Tieni accesa la loro luce. Se la ricordi abbastanza bene, sono ancora in grado di farti da guida, come la luce di stelle spente da tempo è in grado di guidare le navi attraverso acque sconosciute. Se smetti di piangerle e cominci ad ascoltarle, hanno ancora il potere di cambiarti la vita. In poche parole, possono essere la tua salvezza»

 

Tom ha più di quattrocento anni, ma ne dimostra una quarantina. Ha vissuto più vite, cambiando spesso identità; è uno degli Albatros, società segreta che nasconde uomini come lui, destinati a vivere una vita secolare. Unica cosa che non lo spinge a togliersi la vita è la ricerca forsennata della figlia, nata con la stessa sua patologia, che però risulta dispersa.

Ci sono stati molti pareri discordanti su questo libro. Il web si è diviso, una parte lo ha adorato, l’altra lo ha deriso. Io credo di collocarmi nel mezzo, oscillando più verso la parte che lo ha amato.

L’ho apprezzato sicuramente per il fatto che non mi ha mai fatto addormentare la mattina in treno – cosa ormai difficile – neanche chiudere leggermente gli occhi.

È stata una lettura scorrevole, tranquilla, quasi comoda. Ecco “comoda” invece è una di quelle cose che mi fa stare nel mezzo; non è necessariamente un pregio. Il “comoda” mi ha permesso di leggerlo in fretta, con leggerezza, cosa che di solito si fa solo con i libri che si leggono sotto l’ombrellone, mentre il sole di luglio inizia a colorarti la pelle.

I personaggi sono carini, introdotti in modo giusto; niente a confronto, ovviamente, al personaggio di Tom che essendo il protagonista è stato delineato necessariamente molto meglio. La sua storia è tutto fuorché banale, rasenta l’inverosimile, ma d’altronde tutto il romanzo ha questo tipo di impronta. Si passa costantemente da un piano temporale all’altro, a volte si rischia di perdersi, ma si riesce a stare sempre al passo.

Una grossa critica invece va al momento in cui Tom ritrova la figlia.

Penoso.

Veloce.

Troppo veloce.

La figlia è grande, sono passati secoli dall’ultima volta che l’ha vista – ancora bambina, quando se ne va per cercare di proteggerla – e se la ritrova davanti con una pistola puntata addosso.

Dopo cinque minuti e una pep talkla ragazza ritorna ad amare il padre come se non ci fosse un domani e combatte con lui il cattivo di tutta la storia.

Ridicolo, vero?

Nonostante questo mi sento di dare un tre e mezzo, perché la parte della figlia è talmente veloce che occupa poche pagine, perché il finale non fa così schifo e nel complesso, come dicevo prima, mi è piaciuto a metà e un pezzetto.

Voto: 3.5/5

Disclaimer: a causa di una distanza geografica proibitiva tra le due editor la foto del post ritrae solo la foto di copertina del libro preso in oggetto. Il libro è stato letto in versione cartacea, ma fotografato su supporto digitale.

Le letture di Martina

Se questo è un uomo

Titolo: Se questo è un uomo

Autore: Primo Levi

Editore: Einaudi

Collana: Super ET

Pubblicazione: 1958

Edizione: 20esima edizione, 2018

Traduzione: –

«Considerate se questo è un uomo

Che lavora nel fango

Che non conosce pace

Che lotta per mezzo pane

Che muore per un sì o per un no.»

Prima di cominciare a parlare di questo libro, sono obbligata a fare un mea culpa: era, in assoluto, la prima volta che aprivo le pagine di questo libro. È una cosa quasi assurda da dire, me ne rendo conto.

Eppure, sebbene a scuola ce ne avessero parlato e, forse, ne avevamo letto qualche spezzone sui libri di analisi del testo, nessun professore ci aveva detto di leggerlo per intero. Con questo non voglio fare lo scarica barile e incolpare ai miei professori: nessuno ha mai imposto un divieto che m’impedisse di leggerlo. Semplicemente, quello che voglio dire è che, secondo me, certe letture andrebbero spronate maggiormente, anche (e soprattutto) nel caso in cui non rientrano nel programma.

Anche, e SOPRATTUTTO, quando parlano di noi e della nostra storia.

Attraverso le pagine di questo libro, Primo Levi ci fa conoscere quello che ha vissuto e dovuto subire all’interno di Lager nazista, dove tutti i giorni si lavorava, senza mai riposarsi, con ritmi frenetici e mezzi inadeguati; dove ogni scusa era buona per prendersi frustate; e dove bastava ancora meno per prendere la via del non ritorno.

Ho provato un lungo ed intenso senso di solitudine durante la lettura di questo libro, sicuramente dato dal fatto che lo stesso autore si è sentito solo durante quei momenti, nonostante fossero in molti all’interno del campo di concentramento e non avesse mai dei veri momenti di intimità.

È, in qualche modo, frustrante sapere che esiste, nel nostro passato, questo tipo di storia, che l’uomo è stato in grado di trattare come bestie quelli della sua stessa specie e di farli sentire tali.

Negli ultimi anni ho, quindi, deciso di avvicinarmi a tutti quei libri che parlano di storia, parlano di noi, per colmare quel vuoto che è sempre stato presente nella mia vita, riconoscendolo come tale. Per questa ragione ho scelto di leggere, finalmente, Se questo è un uomo. Per riempire quel vuoto. Ma questo è uno di quei libri che il vuoto non lo riempie: lo spalanca.

Voto: 4/5

Le letture di Francesca

Il segreto di Isabel

Titolo: Il segreto di Isabel

Autore: Susan Meissner

Editore: Tre60

Collana: –

Pubblicazione: giugno 2019

Edizione: giugno 2019

Traduzione: Elisa Banfi

«Ma quando mai smettiamo di muoverci? Io e te lo sappiamo meglio di tutti che la terra continua a girare, indipendentemente da quello che ci succede, e ti porta con sé, che tu lo voglia o no. Continuiamo a respirare, il cuore continua a battere, il sole continua il suo viaggio nel cielo e il pianeta gira, gira, gira. Quando la giornata finisce, ti infili a letto e quando ti svegli ce n’è un’altra, lì ad aspettarti. Non hai scelta. Se davvero avessi il potere di fermare questo movimento, l’avrei esercitato tanto tempo fa».

 

Isabel McFarland ha un segreto e decide di rivelarlo alla studentessa di storia che ha deciso di intervistarla per scrivere una tesi sulla seconda guerra mondiale.

Isabel ha un segreto che non riesce più a portarsi dentro, un segreto amaro che porta con sé una sofferenza durata una vita.

La storia che decide di raccontare è quella di due sorelle: Emmy e Julia Downtree, divise da un sogno, da una guerra e dall’ambizione.

Non sono un’esperta del catalogo Tre60, ma se la metà dei libri è come questo, credo che li prenderei tutti. Mi è piaciuto molto, il mio naso è stato incollato alle pagine fino alla fine, anche se nelle ultime rallenta un po’ per la forma diaristica che prende il romanzo.

Quando finisco un libro, soprattutto quando mi è piaciuto, è un po’ come un lutto; subito dopo cerco di iniziarne un altro perché senza leggere non so stare, però affronto le prime pagine del nuovo rimpiangendo il vecchio – non è forse la metafora della vita?

Iniziando questo è stato diverso, mi ha subito presa.

I due personaggi principali, Emmy e Julia riescono a prendere vita, aiutate anche da un contesto storico che conosciamo molto bene. Mentre Julia – soprattutto da bambina – ispiri tenerezza, Emmy è il classico personaggio che prenderesti a sberle, anche se non per tutta la durata del libro. Emmy ragazza è egoista, ambiziosa e arrogante, d’altra parte è una ragazzina che ha sempre dovuto fare le veci di una madre assente (odiosa anche lei, personaggio trattato poco e veramente in malo modo), sognatrice e ribelle. Una pagina la ami, l’altra la odi. È il personaggio perfetto perché cresce con te e che ti accompagna dall’inizio alla fine.

Il segreto di Isabelparla anche di guerra, è una parte fondamentale e la si ritrova costantemente, anche quando ormai è finita da un pezzo, un modo per dire che per chi l’ha vissuta non finisce mai, neanche volendolo. Ti rimane dentro e ti segna. Ha segnato Emmy che, nonostante tutto, se l’è cavata bene. Ha segnato Julia, che ne è rimasta traumatizzata e Isabel, quella vera, che non è sopravvissuta abbastanza per vederla.

Voto: 5/5

Disclaimer: a causa di una distanza geografica proibitiva tra le due editor la foto del post ritrae solo la foto di copertina del libro preso in oggetto. Il libro è stato letto in versione cartacea, ma fotografato su supporto digitale.

Le letture di Martina

L’Attraversaspecchi – La memoria di Babel

Titolo: La memoria di Babel

Autore: Christelle Dabos

Editore: Edizioni E/O

Collana: –

Pubblicazione: 2019

Edizione: prima edizione

Traduzione: Alberto Bracci Testasecca

« “Perché siete venuta a Babel?”

Una erre scricchiolante come ghiaccio, consonanti dure come la pietra: Thorn aveva ripreso l’accento del Nord. Le aveva posto la domanda articolando lentamente e con metodo.

Quando Ofelia realizzò che si stava rivolgendo a lei e non a Eulalia perse ogni capacità di ragionare.»

Come ho già detto in precedenza, Christelle Dabos è stata bravissima a creare un fantasy in grado di trasportarti letteralmente fuori dalla porta di casa, tenendo il lettore incollato alle pagine.

Per la terza volta quest’anno, mi sono ritrovata, quindi, fra le pagine della saga de L’Attraversaspecchi. Ma chi è questa Attraversaspecchi? Domanda difficile, perché questa volta anche la nostra Ofelia, la giovane protagonista di questo libro, ha dei dubbi su chi sia lei veramente, su quale sia la sua identità.

Ancora prima di arrivare alla metà del libro si sente il viaggio introspettivo che sta facendo il nostro personaggio, per colmare verso la fine con una piena consapevolezza di se stessa.

È un viaggio duro, questa volta, che la mette davvero alla prova.

Tra i suoi scopi, prima di tutto, quello di ritrovare Thorn, che da tre anni sembra sparito nel nulla e di lui non si hanno più notizie. Eppure, Ofelia ce la fa, riesce a ritrovare suo marito.

E anche se il modo in cui lo trova è abbastanza strano, poiché lui è costretto a fingersi un’altra persona, ormai non ci stupiamo più di nulla quando l’autrice ci mette di fronte ad una nuova sfida. Il lettore sa perfettamente che dietro ad ogni nuova pagina potrebbe celarsi un nuovo mistero.

È uno di quei rari libri in cui, per tenere a freno la mia curiosità, sono costretta a nascondere con le mani i passaggi successivi a quelli che sto leggendo.

In questo terzo volume, dunque, ci troviamo di fronte ad un discorso di identità: ci si scambia, si mente, ci si finge ciò che non si è, e si perde la ragione.

Ma cosa si cela dietro un Millefacce? E chi è l’Altro?

Voto: 5/5

Le letture di Francesca

La ragazza con la Leica

Titolo: La ragazza con la Leica

Autore: Helena Janeczek

Editore: Guanda editore

Collana: Narratori della Fenice

Pubblicazione: settembre 2017

Edizione: 2018

Traduzione: Silvia Castoldi

«Il fotografo è un lavoro che premia gli opportunisti, favorisce i pattinatori in superficie. Un medico, al contrario, si trova implicato nelle vite dei pazienti, vite che neanche con l’aiuto di qualche lastra spesso offrono un’immagine univoca. C’è chi è nato per barcamenarsi e chi lo fa comunque, bene o male. Gerda avrebbe avuto la Souveränität di non voltarsi indietro e, al tempo stesso, non rinnegare nulla».

 

Dire che questo libro è brutto non sarebbe giusto visto che ha vinto un Premio Strega. Dire che questo libro è brutto per me, avrebbe già più senso.

Non sono riuscita a finirlo. In treno, prima delle ultime cento pagine, l’ho passato ad una mia amica che viaggiava con me che voleva leggerlo e le ho detto: “Buona fortuna”.

Non si capisce. Forse sono io che non capisco. Forse è troppo intelligente quel libro per me che, d’altronde, non ho feeling con nessun libro che ha vinto un premio importante.

Di solito, per quelli che sono i miei gusti vincere il Premio Strega (uno tra tutti) e sintomo di: noia, pesantezza e rottura di coglioni.

La ragazza con la Leica– che si chiama Gerda – è costruito su tre piani narrativi diversi. Sono tre capitoli infiniti, ognuno che racconta la protagonista per come l’ha conosciuta.

Gerda non ha voce. Vive nelle voci, nei pensieri e nei ricordi degli altri.

Il risultato è che non ti può piacere.

È un libro spento. Morto. Completamente senza vita. Gerda alla fine chi è?

Essere la ragazza con la Leica alla fine non la definisce e come faccio io, alla seconda parte del libro a non avere ancora realizzato il suo carattere.

Gerda è un personaggio tra tanti, buttata in mezzo ad altri e mai delineata nonostante sia lei la protagonista assoluta. Non si capiscono le relazioni, non si capiscono i luoghi. Niente.

Due.

Due e la chiudo qui. Mi ha lasciato l’amaro in bocca e non può essere che amara anche la mia opinione. Se avessi avuto vicino un camino, avrei usato il libro per ravvivare il fuoco.

Voto: 2/5

Disclaimer: a causa di una distanza geografica proibitiva tra le due editor la foto del post ritrae solo la foto di copertina del libro preso in oggetto. Il libro è stato letto in versione cartacea, ma fotografato su supporto digitale.